lunedì 20 maggio 2013

Fare la badante, prima di tutto è avere un lavoro

Quando assunsi la badante che è con mio padre da 4 anni, presi quella che mi sembrava il meglio di tutte quelle che avevo visto. E' ovvio sia così. A dir il vero presi la meno peggio. Capivo che era disposta a fare qualsiasi lavoro onesto, pur di avere un permesso di soggiorno. Per restare in Italia con la sua famiglia, era disposta a lavorare a 800 Euro mese, perchè era quello che io offrivo per un lavoro di convivenza. Doveva trovare un lavoro di lì a 4 mesi (tanto gli durava ancora il permesso di soggiorno), altrimenti sarebbe diventata una clandestina, con il rischio di dover tornare al suo paese, lasciando qui i suoi quattro fratelli, suo padre e sua madre. E' mussulmana e io non so ancora bene cosa sono, ma la religione non è mai stata impedimento al lavoro, a parte qualche usanza per i cibi, per le feste religiose che comunque entrambi ci siamo   subito accordati di reciprocamente rispettare. Ho dovuto affiancarla per un po', perchè io ho fatto tanto ospedale, con tutti, e sono stato costretto ad imparate da giovane. La lingua era un lievissimo problema, ma ho preferito comunque fargli fare un corso per badanti per abituarla ai termini, alle persone, soprattutto a quelle non della sua stessa nazione. All'inizio ho dovuto aiutarla a cavarsela per i documenti, se lei era badante io le ho fatto da "balia". Oggi se la cava abbastanza bene, anche se di tanto in tanto qualche discussione c'è, ma ci chiariamo sempre abbastanza in fretta le reciproche idee.
La considero, più che una persona alla quale ho affidato mio padre, una presenza che assicura assistenza quando non ci sono. Quando c'è qualche problema che non sa come risolvere mi chiama e generalmente per telefono risolviamo sempre tutto.
Non pretendo che faccia le cose con amore, anche se lei le fa con il sorriso e questo è già molto importante per tutti e soprattutto per mio padre (quando reciprocamente non ci alteriamo, ovvio, io, lei o mio padre).
So che non poter tornare a sera nella sua famiglia, è un limite di questo lavoro, ma non ho alternative.
Lei sta con mio padre 4 notti la settimana e per tre giorni consecutivi non vede i suoi famigliari.
Lo stipendio oggi è una volta e mezza quello pattuito, il lavoro è diminuito. Ho aumentato io l'uno e diminuito l'altro. Mi rendevo conto che soffriva e che più di soldi aveva bisogno di stare con i suoi. Oggi, da un anno, forse da quasi due, arriva Lunedì primo pomeriggio e se ne va il Venerdì dopo pranzo.
Dopo questi anni, delle volte, mi spiace non poterla lasciare andare a casa sua a dormire anche per quelle 4 notti, ma il lavoro da badante convivente è così, e io abito qualche centinaio di chilometri distante da mio padre. Occorre anche capire da una parte e dall'altra che è un problema di questo lavoro che però è anche il succo di questo lavoro. Fare la badante, farla bene, è pur sempre un lavoro, solo un lavoro, responsabile, di fiducia ma pur sempre un lavoro, per entrambe le parti, dipendente e datore di lavoro. Un lavoro, solo un lavoro, anche se ci si da del tu, anche delle volte si scherza, anche se ci si invita a casa propria a prendere un caffè e ci si fa i regali a Natale.

venerdì 19 aprile 2013

La forza delle badanti

Le badanti devono avere una gran volontà per mettersi in gioco e arrivare da paesi lontani in Italia. Vengono qui ovviamente perchè a casa loro non trovano di meglio, altrimenti non avrebbe senso faticare tanto (trovare un lavoro, un alloggio, una lingua diversa, usanze diverse, prendersi parecchi rischi in quanto donne allo sbando). Vengono per trovare denaro da poter mandare alla famiglia in patria. Le badanti lamentano spesso di non essere in regola, di non avere una paga adeguata, di non avere, riposo, giorni di festa, ferie, pause ecc. ecc.
I buoni lavori si trovano spesso anche per caso.
Per questo occorre sentire e farsi sentire, chiedere ecc.
Però, girando oggi nei vari siti internet, ne ho trovato uno di Autogrill abbastanza curioso. Fanno un concorso. Si fa un disegno e poi si spera qualcuno lo voti. Partecipa anche una signora (credo) Pawar, mi pare fosse così il nome, che ha messo un disegno sulle badanti in pausa caffè.
Interessante il fatto che abbia avuto il coraggio di mettersi su un sito, interessante il fatto che Autogrill abbia accettato di pubblicare il disegno. Interessante la situazione ... le badanti talvolta hanno bisogno di fare pausa e per certo comunicano fra di loro e stanno in rete "su internet".

P.S.
I disegni più votati, i primi 10, andranno sulle bustine dello zucchero nei bar della rete Autogrill.
Chissà se le badanti votandosi saranno capaci di far emergere il loro lavoro e la sua importanza più di quanto sappiano fare giornali e leggi.

domenica 10 marzo 2013

Contratto badanti e famiglie

Questo è un lavoro strano. Questo è un offrire un lavoro strano. Cioè, il lavoro è chiaro, essere la protesi umana della quale un anziano ha bisogno per sentirsi autonomo a casa propria.
Un anziano non più autonomo (incapace e da solo), chiede ad una persona un aiuto in varia misura, per poter vivere senza altre persone in casa propria. Una badante dovrebbe essere, nei desideri di una famiglia e di un assistito, un robot che funziona a comando. Si preme un bottone e la badante esegue, così però non è, e così non può essere. La badante, prima di incontrare la famiglia che gli da un lavoro, aveva comunque una vita propria, usanze, affetti, idee politiche, religione, rituali che non può cancellare per un lavoro. Questo, è spesso un ripiego, per molte donne con famiglie in patria con difficoltà, che magari non hanno un lavoro in patria o pur avendolo non è sufficientemente pagato o comunque è meno pagato di un lavoro da badante in Italia. Per altre è l'unico modo per vivere perchè tornare indietro sarebbe impossibile.
Perchè le famiglie non capiscono le badanti e viceversa? Ovvio, il lavoro di badante non esiste.
Una badante o comunque una persona che si definisce tale, predilige per esempio fare le pulizie, oppure cucinare, magari cucire, fare la dama di compagnia o l'infermiera, ma quasi mai, tutte queste cose insieme. Tutte queste cose insieme sono una badante che poi dovrebbe anche essere premurosa ed amorevole, magari con un assistito con l'Alzheimer. La badante ideale dovrebbe anche essere attenta alla salute dell'assistito e in grado di valutare, magari, in un anziano che non parla o non sa effettivamente se sta bene o sta male, quando è necessario interrompere una terapia o capire quali sintomi presenta, chiamare il medico o l'ambulanza.
La badante che fa tutto questo non esiste. La badante deve essere pensata come un aiuto alla famiglia, ma mai una persona che si sostituisce a chi in famiglia deve avere presente lo stato dell'anziano. Il caregiver è sempre uno della famiglia e mai la badante o un'infermiera.
C'è un contratto che cerca di regolamentare tutte queste responsabilità e queste attività, ma chi lo ha firmato?
Sindacati, di inquilini, proprietari di casa, imprenditori rumeni e filippini, associazioni artigiani, lavoratori autonomi ecc.
Non esiste una confederazione delle famiglie con un assistito da seguire. Non esiste una confederazione degli anziani. Ci sono surrogati o presumibili interessati a questo ruolo, ma nessuno che conosca o che voglia conoscere i problemi delle famiglie.
Fare la badante è considerato un lavoro come tutti gli altri ma non è proprio così. L'anziano non è una produzione ad ore e dopo 8 ore non si spegne e non chiude il Sabato e la Domenica. Del resto i costi per avere oggi due badanti è proibitivo. Eppure un anziano in ospizio costerebbe molto di più alla comunità.
Occorrerebbe almeno riconoscere come lavoro con tutte le previdenze  necessarie anche a chi in famiglia si prende cura degli anziani. La badante non potrà mai essere uno della famiglia ed è giusto che sia così.

P.S.
Il contratto scaricabile si trova sul sito INPS (clicca qui)

domenica 3 marzo 2013

L'anziano del vicino è sempre più verde

Certe volte, quando il "lavoro" è finito, quando mio padre è a letto e ho un po' di tempo per me, quando un giorno è quasi finito ma quello nuovo non è ancora arrivato e credo di essere sospeso tra il mio ineluttabile passato e un futuro sempre obbligatoriamente incerto, esco in cortile, anche se fuori fa freddo, per vedere le stelle e guardare se ce n'è una adatta per andarci.
Lo dico sempre, se io morisse, loro, tutti loro resterebbero fregati e io ne godrei.
Lo so che non si può sempre curare i propri genitori, e non so nemmeno se il farlo, sia giusto ed etico (etico cancellare se stessi per "servire" loro).
Una cosa è per me certa, se io non fossi stato sempre presente,
se io non mi fossi incazzato con l'endocrinologo non avrebbero mai sospeso il farmaco che consumava mio padre,
se non mi fossi incazzato con la fisiatra non avrebbero mai sospeso il farmaco che lo faceva collassare.
se non mi fossi incazzato con il geriatra non lo avrebbero mai trasferito agli infettivi anziche isolare l'infezione rinchiudendo i 4 che l'avevano presa, nella stessa stanza senza possibilità di guarigione,
Se con mi fossi incazzato con il cardiologo non gli avrebbero mai sospeso quel farmaco che anzichè correggergli le aritmie gliele accentuava.
Quattro problemi risolti in ospedale, non a casa non all'ospizio.
Se non mi fossi preso l'onere di seguire personalmente certe cose, anzichè lasciarle alla buona volontà della badante, oggi mio padre avrebbe piaghe in tanti punti del corpo, e credo anche qualche frattura ... magari inguaribile.
Queste sono le situazioni più eclatanti e determinanti di quanto passato in cinque anni, dalla polmonite ai tempi nostri.
Dicono che Rita Levi Montalcini mangiasse pochissimo ... delle volte penso che io invece dovrei accedere ad un mutuo per pagare il supermercato tanto mangia mio padre. Delle volte penso che mio padre non sia umano ma sia un'idrovora o una coclea in moto perpetuo.
Mio padre esige e non è tenero con me...
delle volte penso a quanta vita mi succhia e mi chiedo se ci sia, in mezzo a tanti che stanno peggio di me, qualcuno che sta anche meglio di me. Delle volte vorrei scambiare il mio "anziano" con quello di un altro, tanto per cambiare un po' il ritmo. una specie di multiproprietà.
Ricordo, in riabilitazione, altri anziani che si mangiavano le pastiglie di tutti, o gente "abbandonata" nel pannolone pieno.
Certi ospizi, ma anche certe badanti, e anche certi volontari, e certi infermieri, ma anche certi medici, se non vedono l'anziano seguito lo mollano a loro volta, morto uno ne arriva un'altro.

P.S. 1
Mio padre tutti i giorni chiede del giornale, chiede se è arrivato. Mio padre "guarda" il giornale alla rovescia. Mio padre, comincia dall'ultima pagina e arriva ai titoloni sulla politica della prima pagina. Comincia con le notizie buone, qualche conoscente nelle necrologie morto mentre lui è ancora in vita, e poi pian piano arriva alle notizie più tristi, quelle sulla guerra e sulla politica e sui ladri ecc.
P.S. 2
Sono passato attraverso tutte le cose che guadano tutti.
Voglio morire, non voglio più mangiare, non voglio la badante, non voglio le pastiglie, non voglio andare all'ospedale ecc. (le solite storie che tutti si sentono dire da un anziano)

martedì 12 febbraio 2013

L'egoismo nell'anziano.

Mi guardo, guardo mio padre. Cinque anni fa (circa) mi avevano detto "... non risponde alle cure, bisogna farsene una ragione, l'età, le complicazioni, gli acciacchi ... occorre avvertire la moglie" (mia madre). I medici, quando parlano di queste cose, sono tecnici nel linguaggio, come quelli della Polstrada, quando danno indicazioni agli "utenti" sulla situazione del traffico, rende le cose canoniche, meno personali per tutti.
Sono stati anni difficili. I medici credono sempre che non segui l'anziano e cerchi di liberartene, di scaricarlo lì. Senti discussioni accese in corsia. Familiari che non vogliono prendersi di ritorno il loro "caro". Gente che di colpo si trova ad affrontare una situazione che non sa come gestire. Gente che litiga coi medici per trattenere in ospedale l'anziano ancora per qualche giorno o chiedono di appoggiare il loro anziano in qualche riabilitazione o in qualche ospizio. Ci sono sempre graduatorie, punteggi, mica cose che si possono gestire sui due piedi o sui quattro della barella. Ci si mette anche l'anziano, che non ci sta, di colpo, ad essere scaricato come fosse un pacco espresso, la situazione è nuova, anzi drammatica soprattutto per lui. L'anziano si rende conto di non poter più far conto sulle complicità e sugli affetti di sempre. Sono di colpo tutti nemici e occorre tirar fuori gli artigli.
Non sono un medico, ma non ci vuole molto per capire che si muore un po' alla volta. Credo che poi, il nostro io, cerchi di far vivere il cuore e non tanto il cervello, cioè il corpo tende a privilegiare quello che in noi è primitivo, il cuore che va in automatico, al cuore non si comanda ... va da solo, fin che ce la fa. Man mano che i pezzi estremi del corpo, non funzionano, vengono abbandonati. Si comincia con le mani, i piedi, i sensi, la parola ecc. e alla fine si spegne anche il cuore egoista, che per sopravvivere ha spento indiscriminatamente tutto, senza pietà e senza riguardi, per l'aiuto che le mani o il cervello hanno dato/fatto per lui per tutta la vita. Tutto è usato, sfruttato, per salvaguardare il nucleo centrale, ultimo a cedere.
L'anziano credo si comporti allo stesso modo con l'esterno. Pian piano taglia con il suo esterno, con i suoi interessi, con i suoi affetti non riconoscendoli più tali. Più l'età avanza e più si torna a badare al sodo e a tralasciare il superfluo. Mio padre, se morissi, non mi presterebbe la sua tomba al cimitero, se l'è comprata e non vuole mollarla a nessuno, nemmeno in prestito. Se io morissi, è convinto che gli manderebbero un'altro dal comune, sa già anche il nome della persona. Senza rimpianti. Ricordo ancora mia nonna molto anziana che sopravvisse ad un figlio. Restò immobile come sempra senza mostrare troppi dolori, sapeva di essere una sopravvissuta e di aver tempo solo per se stessa. Un anziano, superata la depressione e le varie fasi del voler morire, comincia a tornare a pensare alle cose importanti della sua "nuova vita". Presto si fanno largo le esigenze primarie. Gli affetti si perdono in una memoria sempre meno allenata, mentre prende importanza mangiare, dormire ed evacuare quel che avanza.

domenica 16 dicembre 2012

Santa Lucia in RSA ... ma non è un regalo.

Luis (lo chiamerò così per comodità),
nel 2008 era lì con mio padre.
Erano in tre (ai pasti) allo stesso tavolo.
Erano lì tutti e tre in riabilitazione. Mio padre era il più anziano, roba di qualche anno.
L'altro lo chiamerò Gian (per comodità).
Gian viveva da solo, a casa sua, da sempre scapolo, lo aveva portato lì la sorella.
Gian era un po' denutrito, ma nemmeno molto, era denutrito come tutti gli scapoli anziani che sono un po' disordinati anche nel mangiare.
Gian continuava a chiedere che ore fossero e cosa prevedesse il menù per il pasto successivo.
I discorsi con Gian non erano molto profondi, direi piuttosto pratici. Gian delle volte ricordava le anatre arrosto che gli cucinava la madre, quando era in vita. Discorsi di fame e voglia di soddisfarla.
Luis era uno spirito libero, aveva due figli che venivano a trovarlo la Domenica pomeriggio e qualche volta, durante la settimana, veniva una sua parente (non ricordo di quale grado).
Luis era arrivato lì dopo un po' di ospedale, una riabilitazione di routine, era arrivato lì con le sue gambe e il suo bastone. Luis era stato un cacciatore, e nonostante tutto amava gli uccelli, amava vederli liberi di volare.
Quella era una RSA di quelle che una città si vanta di avere e che esibisce come fiore all'occhiello.
Un fiore all'occhiello non è detto sia fresco, anzi, spesso è finto.
Andavo due volte al giorno a vedere mio padre, stavo con lui ore. Parlavo anche con Luis e con Gian. Luis mi chiedeva spesso cosa servisse a lui stare su questa terra. Capiva di essere un peso per i suoi figli e sentiva di avere i giorni contati, loro cercavano di piazzarlo a brevissimo in un ospizio.
Gian era felicissimo di suo nipote, che gli aveva trovato una casa di riposo vicino a casa. Un ospizio non è mai vicino a casa. Un ospizio è fuori di casa per sempre, ma per Gian era sinonimo di pranzi certi ad ore certe e gli bastava.
Luis capiva benissimo di non poter vivere in un carcere ospizio fino alla morte. Non avrebbe retto a lungo questa costrizione.
Luis era caduto lì, in riabilitazione, così lo tenevano legato ad una sedia a rotelle e stava li tutto il giorno.
I suoi figli erano molto contenti della RSA, e mi dicevano di essere certi che lo trattassero bene, perchè non erano parchi in mance al personale.
In quel posto non capirono che due farmaci stavano uccidendo mio padre. Gli ospedali danno le cure, ma le controindicazioni presentano il conto spesso a distanza di settimane o anche qualche mese. Mio padre lì aveva preso anche un'infezione all'intestino (poi curata di nuovo in ospedale al reparto infettivi). Mio padre era mezzo svenuto due volte (per certo), e quelle due volte ero arrivato io a soccorrerlo.
Luis a sera veniva messo a letto e legato perchè mal sopportava questa non libertà. Urlava e inservienti e altri pazienti andavano da lui a ridersela.
Luis morì di disperazione, anzi di infarto per referto clinico, il giorno di Santa Lucia, davanti alla saletta degli infermieri, senza che loro se ne accorgessero.
Mio padre mi ha mostrato il giornale, con il trafiletto dell'anniversario della sua morte quattro anni fa.
Credo che Luis, dovunque egli sia, non abbia catene ai polsi e non legga più il giornale.