giovedì 2 febbraio 2012

La lunga strada verso l'invalidità ... e l'accompagnamento.

Quando una persona non è più autonoma può essere un pericolo per se e per gli altri. Quando una persona non sa più gestire i momenti della propria vita ... allora è un guaio, se è un vecchio è una condanna e spesso anche una colpa. Occorre una persona sempre presente, naturalmente paziente (conviene arrendersi il prima possibile per volersi bene .. intendo voler bene a se stessi). Occorre una presenza fissa e di riferimento che accompagni "l'assistito" in questo ultimo segmento di vita. Una persona in più, della famiglia o estranea/esterna, costa tempo e anche denaro. Anche una persona della famiglia costa. Si tratta di dimenticare la propria vita (o almeno una parte di essa) per dedicarla ad un altro che sarà sempre più presente, con le sue necessità, nella vita di quello che gli inglesi chiamano "caregiver". Ho provato tutti i sentimenti in questi ultimi anni: odio, amore, compassione, dovere, dipendente, volontario, disprezzo per la mia stessa vita, ricerca di un significato di tutto ciò. Sono arrivato a perdere più o meno 20 chili, poi in parte recuperati, mi sono ammalato, sono andato in carenza di tutto, ma non ho mai mollato, sempre presente. La cosa che mi è mancata di più è stata la non coscienza di mio padre di quello che mi stava chiedendo ... la mia vita in cambio della sua. In giro per ospedali si impara molto della vita. I vecchi o quelli che stanno per annegare, fanno così e non badano a ingiurie pur di salvarsi.
La società, delle volte, riconosce a chi si sacrifica un piccolo aiuto in denaro ... più o meno ... (cioè lo riconosce "all'assistito" perchè possa in parte pagare chi lo aiuta) si chiama "accompagnamento". Quando vado dal medico, in ospedale, da uno specialista, in un ufficio sento sempre più spesso questa domanda "Chi è il caregiver?"... "Come fa lei che abita lontano a seguire suo padre?". Quando sentono la distanza, scuotono la testa, convinti di essere di fronte all'ennesima persona che se ne frega del suo vecchio. Non ci credono, non lo capiscono, eppure quel "caregiver" per mio padre sono io. Far capire che il caregiver ero/sono io non è stato facile. Sono stato attaccato, e ripreso da più parti e più volte. Eppure per sei mesi mi sono fatto 300 chilometri al giorno (perchè i guai non vengono mai da soli, sono come il denaro e i pidocchi, dove ce n'è ne vanno altri). Mi hanno invitato a rivolgermi ad un'assistente sociale. Ho discusso di vita, morte, etica con medici. Due mesi fa mio padre è tornato in ospedale, nello stesso reparto del 2008. Si sono meravigliati di vederlo ancora vivo e in "discrete" condizioni per come era e per come è. Uscivano anche gli infermieri dalla guardiola, meravigliati, a vederlo camminare con me dietro, attaccato, a fargli da scheletro portante. Uno dei medici inizialmente più duri con me, uno che mi ha visto (da lontano) seguire mio padre, mi ha detto "innegabilmente, sulla distanza, ha avuto ragione lei". Mio padre non lo vede, ma che lo veda un medico, mi ripaga un po' delle fatiche e delle litigate fatte in ospedale.
Anche a casa non è stato facile niente. Nessuno voleva un'estranea. "Facciamo da soli ... o moriamo da soli". Niente ospizio niente badante, l'illusione di farcela comunque. Ho usurato due macchine (che ho ancora e che non posso permettermi di cambiare). Ho rischiato di ammazzarmi. Due auto che si sono equamente divise circa duecentotrentamila chilometri in poco più di tre anni. Oggi c'è una badante facciamo tre o quattro giorni a testa, ma all'inizio non è stato facile accettare questa nuova situazione per nessuno.
Quando l'impegno e il denaro se ne vanno a fiume è lecito e doveroso chiedere un aiuto se quell'aiuto è messo a disposizione.
Per l'invalidità e l'accompagnamento si va dal medico di base (che deve anche essere un medico abilitato a compilare la domanda). Il medico raccoglie tutte le patologie in un modulo che poi inoltra all'Inps. Questa prestazione ha un costo a parte che si paga al medico che dovrebbe rilasciare fattura ... già il medico sembra dire "ti faccio un favore a compilare questa rottura di modulo e adesso vuoi anche la fattura?".
Entro un mese è bene recarsi da un patronato e far fare il resto a loro. Lì compilano la domanda vera e propria e poi si preparano fotocopie di tutti gli esami e delle cartelle cliniche. Ho speso una fortuna in cartoleria. Ho atteso e quando l'ASL ha mandato l'invito a mio padre di presentarsi era passato un mesetto.
Davanti ad una commissione di sei persone non c'è stata storia, hanno vinto loro sei a zero. Mi hanno strappato un foglio dall'ultima cartella clinica e mi hanno detto "i medici di base sanno benissimo cosa vogliamo, torni con le documentazioni del cardiologo, una radiografia recente e la relazione di un fisiatra".
La visita è stata istantanea. Una della commissione si è anche affrettata gentilmente a portarmi fuori la documentazione visto che io ero preso con una persona non in grado a reggersi da sola.
Fuori c'è di tutto, sembra per certi versi di essere a Lourdes. Ci sono persone che camminano e poi entrano in carrozzina, muti che parlano e ciechi che vedono. Quella stanzetta ammala tutti e guarisce tutti, così chi veramente non ce la fa, torna indietro perchè la dentro non si fidano di niente, neanche degli scritti se sono più vecchi di tre mesi.
Ho aspettato sei mesi e solo dopo è concesso ritentare.
Si chiama "aggravamento", anche se la cosa era grave anche prima, ma manca sempre un documento.
Si torna dal medico di base e si ripete tutta la procedura anche dal patronato e si aspetta di nuovo la chiamata.
La faccenda ha anche avuto un risvolto positivo. Il medico in ricetta mette fra parentesi "(richiesto dalla commissione medica)" così succede anche che la visita non la facciano e scrivano che va tutto bene o al massimo minimizzano. Una medica ha però fatto il suo dovere e la visita è stata minuziosa e precisa, così almeno abbiamo capito perchè c'erano problemi e almeno per quello c'è una cura che non migliora ma frena il peggioramento.

P.S.
La prima visita ha generato solo l'invalidità al 100% che per un anziano non ha alcun valore, al massimo salta la procedura di verifica del basso reddito per l'esenzione ticket ... ma se non hai soldi è solo un cartoncino con su l'ennesima beffa.

P.S.
invalidità

giovedì 12 gennaio 2012

Accesso difficile decesso facile

Essere vecchi è una sfortuna. "Muore chi è vecchio" dice sempre mio padre. C'è sempre l'anello debole nella catena e l'organo sofferente nel corpo. Quando quel pezzo a vario titolo è usurato, trascina nel sonno eterno tutto il resto. Una delle cose che sistematicamente mi sono sentito ripetere alla noia in questi anni, è che mio padre è vecchio. A 93 anni non hai ragionevolmente un'aspettativa di vita "abbondante". Se ti distrai un attimo sei fuori. Un medico nemmeno si impegna troppo per razionalità, è una partita persa, massimo va ai supplementari ma mica puoi pensare di avere un intero campionato da giocarti. Spesso i parenti sono assenti e demotivano alla cura. L'età è la malattia più grave che uno incontra nella propria vita, non c'è scampo. Ogni scusa è buona per dare una giustificazione al decadimento naturale. Certi medicinali non si possono nemmeno dare, produrrebbero più danni che benefici, stessa regola per esami più o meno invasivi, un graffietto può diventare una perforazione petrolifera. Un anziano mangia poco di suo, quindi se cala di peso non è un farmaco sbagliato, un male vero o la consapevolezza che il finale non può tardare molto, è sempre il poco mangiare anche se uno di suo è un ghiottone (tanto chi può dire il contrario?).
Quante volte sarebbe morto mio padre se io non fossi sempre stato lì? Lui si lamenta sempre di me, non ha pudore, mi rinfaccia anche qualche carezza (non ricambiata) che mi ha dato quando ero piccolo. Ci lascio la vita, ma lui non ne ha mai abbastanza. I vecchi si nutrono della vita di quelli più giovani, che stanno attorno a loro. L'altra sera dovevo metterlo a letto, non ce la facevo più, mi ha detto "resisti ancora 5 minuti poi vai a dormire e ti riposi". Il problema è che, a letto lui, a me restano altre due ore da trafficare in casa. La lavatrice, la tavola, i piatti da lavare, i fornelli, che è sempre sporco anche se lo lavo sempre e ci sto attento, le briciole sotto il tavolo e anche qualche cosa d'altro, la dentiera, qualche volta stiro col ferro altre con le mani e basta.
Ma è in ospedale che non si può mollare mai e bisogna scegliere un mix di fermezza e di basso profilo, senza rompere le scatole, e poi le attenzioni, i sorrisi, le strette di mano, i grazie misurati (nè troppi nè pochi) anche se dentro non se ne può più e qualche regalino di riconoscenza (mica cose grandi, attenzioni, segni di riconoscenza). I medici hanno tanti ammalati e gli infermieri hanno medici e ammalati demotivati anche sulla paga... è dura.

lunedì 3 ottobre 2011

O si lascia morire o fa morire.

Se una persona è lucida e comprende di non avere prospettive, di non essere autosufficiente, di non servire a nessuno ma di essere un ostacolo a chi gli è attorno, non ha molte scelte davanti a se. Dovunque egli si trovi, vedrà solo un futuro nero attorno alla propria persona. Ci saranno attorno a lui persone che potranno essere attente i primi giorni, la prossima settimana, il prossimo mese ma basterà un nulla per far capire all'anziano che è un soggetto indesiderabile. Per vedere in modo cosciente la propria fine non gli resterà che rifiutarsi di mangiare.
Delle volte non c'è soluzione, altre, un evento scioccante fa il "miracolo". A volte l'anziano accetta solo gelati (certi ospizi attenti, ne tengono sempre in dispensa per superare i momenti di rifiuto del pasto standard).
A questo punto si arriva ad un bivio:
1) - Rifiuto del cibo sino alla morte (una situazione del genere in un ospizio si conclude in tempi brevi).
2) - Accettazione del cibo ma "morte" del caregiver (quello che in prima persona supporta e gestisce l'anziano). L'anziano deciderà di vivere alla grande servito e riverito dalla progenie che ha generato, sentendone suo diritto farlo.
Nulla si crea nulla si distrugge ma qualcuno ci lascia sempre le penne e anche le unghie.
Per chi resiste è una lotta per la sopravvivenza.

venerdì 5 agosto 2011

Un rapporto sereno ...

Mica è facile da instaurare.
Ho visto ospizi e ospizi e ospizi. Ho visto gente dirmi "Abbiamo fatto tutto il possibile. Ci sentiamo in pace con noi stessi".
Quando un anziano muore, forse non si è fatto tutto o forse si è fatto troppo. Una cosa è certa, si tira una riga definitiva e si fanno le somme e le sottrazioni di una vita.
La morte esiste ed è ineludibile, nel momento stesso che s'incontra la vita. Non si può viverla come un dramma, ma nemmeno dovrebbe essere un sollievo ... se appena si può.
Non si può vivere per sempre, ma diventa, certe volte, anche difficile vivere un po'.
Sentirsi inutili e rifiutati, e uno dei motivi della depressione di un anziano. L'anziano ha sempre freddo e sa un po' sempre di morte e quindi lo si tiene lontano per allontanare la vecchiaia ... del resto la televisione non la manda mai in pubblicità.
Il momento più difficile e incredibile, è quando si comincia ad aver bisogno degli altri per il proprio quotidiano e ce ne si rende conto.
Non so se la materna, lo stato, le opere o associazioni caritatevoli siano le cose migliori per un nostro congiunto, figlio o genitore che sia. Una cosa è certa, non si può trattare un bambino da uomo (ometto) e un vecchio da bambino (nonnino ecc.).
Vedo molti andare all'ospizio a far carezze ai propri genitori per mezzora, implorandoli di mangiare "la pappa". Da vecchi si rincoglionisce un po', ma si resta adulti, e consci, che gli altri non vedano persone con dei loro sentimenti, ma solo bambini invecchiati da addormentare o avviare al sonno eterno.
Mio zio è morto in un ospizio, ce lo hanno mandato. Non sapeva che fare e mangiava anche le pastiglie degli altri, come fossero becchime per colombi. Era dalle suore, ma ha pregato tanto altrimenti lo mettevano in castigo. Già ... colombi. Si, si diventa un po' colombi pronti a volar via al primo schiamazzo.

venerdì 18 marzo 2011

10 mila badanti in arrivo

E' un quinto stato, uno stato estero che ci sta invadendo alla ricerca di una vita migliore. In Italia non c'è lavoro, ma c'è bisogno di badanti, e un esercito al femminile sta arrivando qui, pronto per questo lavoro pur non conoscendo nulla di assistenza domiciliare adeguata e come la intendiamo noi. Stanno arrivando persone con regole e tradizioni diverse dalle nostre ma disposte a tutto pur di accaparrarsi questo lavoro.
Occorre scegliere bene. La domanda per ora è inferiore all'offerta.

lunedì 28 febbraio 2011

quando l'anziano vuole morire

quando un anziano si rende conto di non essere autonomo, cadono tutti i miti e i sensi della vita. Il giorno prima si era attivi e si programmava, si costruiva un futuro anche da vecchi, ci si sentiva utili, prima di tutto, a se stessi. Il giorno dopo si scopre di non essere più attivi. Si comincia ad aspettare il proprio turno e per ogni cosa, essere sempre in coda come alle poste è insopportabile. L'anziano sollecita attenzione, ma quando vede che attorno c'è solo compassione, l'anziano matura il sano proposito di togliere il disturbo, perchè lì, sembrerebbe finita la vita. In realtà, un anziano, potrebbe ancora essere utile per la sua esperienza ma il peso d'essere di peso e di non farcela da soli è troppo forte.
Spesso l'anziano rifiuta il cibo e si mette nella migliore condizione per lasciare questa terra.
Credo che in ospizio una situazione del genere sia poco gestibile. Non è ancora il momento di andarci. Anche l'anziano deve maturare questa convinzione.Quando il fisico risponde poco e i pensieri scuri avvolgono l'anziano, anche il cervello se ne va un po' per proprio conto. Superato questo periodo, l'anziano prende atto della sua condizione e pensa a mangiare, prendere i medicinali andare a letto andare a dormire cambio di pannoloni ecc. come il nuovo lavoro scandito dall'orologio. Torna a mangiare e non molla più, anche se di tanto in tanto, torna a voler morire fino al prossimo piatto di minestra.